Novegro, la nuova traduzione

potteradunoSapete tutti la nuova traduzione di cosa. Ringrazio Marina Lenti e Paolo Gulisano che hanno parlato rispettivamente della questione legale e della storia editoriale che ha portato alla traduzione Fatica. A me toccava la parte linguistica, ma per la prima volta non credo di aver fatto un buon lavoro. Lo scarso pubblico non c’entra, c’entra che ero incacchiata come una biscia.

Ho cercato di dare un parere da scrittrice e traduttrice, ma non avevo “studiato” abbastanza, e non sono riuscita a fare a meno del sarcasmo. Me ne sono resa conto quando ho sclerato mentre cercavo di spiegare perché sia Alliata/Principe che Fatica, per dirla papale papale, non sappiano l’inglese quando traducono anche solo i primi 4 versi della Canzone di Eärendil.

La mia ultima conferenza di tante, l’anno scorso al Raduno di San Marino, era su Eärendil, e non avevo potuto fare a meno di far notare come la traduzione originale (Alliata/Principe) tradisse il senso di quei 4 versi. E adesso, tanto battage sulla traduzione Fatica, l’ultima parola su Tolkien, la restituzione del vero senso, l’uscita dall’oscurità e palle varie, e Fatica non sa l’inglese abbastanza da capire che with timber felled / in Nimbrethil significa “con legno abbattuto a Nimbrethil”. Non significa “costruì una barca di legno / per recarsi sino a Nimbrethil” (Alliata/Principe), ma se adesso abbiamo fra le mani l’Unica Vera Traduzione, beh, sappiate che non vuol dire neanche “costruì una barca a Nimbrethil”!

limortaccitua

Ma li mortacci tua

Cioè, ‘sto povero ragazzo padre (di Elrond ed Elros) dimorava ad Arvernien (non “si attardava” – A/P – e tanto meno stava “a oziare” – Fatica, ancor più offensivo: uno sta lì a oziare quando è in gioco il mondo e la vita di sua moglie perché quegli imbecilli dei Figli di Feanor sanno che lei possiede un Silmaril?) e per andare a chiedere aiuto ai Valar si costruisce una nave con legno portato da Nimbrethil. Ma porca la miseria maiala, è tanto difficile?

La vecchia traduzione sarà pur piena di svarioni, ma la nuova, per cui tanto se la tirano Fatica e i suoi sponsor, lo è altrettanto, forse di più. E’ stato in quel momento durante la conferenza che, per un calo di zuccheri o serotonina, o semplicemente per la comprensione razionale che i fan di Tolkien non anglofoni sono nella biomassa fino al collo da 50 anni e per l’eternità a venire, mi sono resa conto che nulla serviva a niente.

huffleIl risultato è che, anche se ne avevo voglia, non farò MAI una conferenza sul Signore degli Anelli. Per il 2020 ho in programma un qualcosina su Mandos; ma non mi beccherete MAI PIU’ a balbettare sul palco su cose tipo “Sì, perché quando Grampasso… come? Passolungo? ok, quando Passolungo porta gli hobbit a Colle Vento… come? Svettavento? Ma è una collinetta, cacchio c’entra Svetta? E perché vento quando weather significa gli elementi in generale, vento, acqua, neve etc? Ah, Alliata non ha capito nulla? Beh allora, perché Fatica ha tenuto vento?…” No grazie. La vita è troppo breve.

[Edit: dalla regia mi fanno notare che in Sindarin Amon Sûl significa esattamente “Collina del Vento”. Era la più alta delle Colline Vento e quindi adatta per costruirvi una torre di guardia; Tolkien non specifica mai l’altezza, ma sia “Journeys of Frodo” di Barbara Strachey che “Atlas of Middle Earth” di Karen Wynn Fonstad suppongono che si levi 1000 piedi (circa 300 metri) dal terreno relativamente piano, tant’è vero che per raggiungere la cima basta mezz’ora. Quindi Alliata ha capito, Fatica no, perché una collina, per quanto sia un punto di osservazione, non “svetta”. Weather ha effettivamente una serie di significati in inglese, ma l’originale Sindarin è chiarissimo. Nel dubbio, risalire sempre alle lingue elfiche. Chissà se Fatica, che per sua stessa ammissione non è “uno specialista del fantastico”, ha almeno buttato un occhio a qualche lessico.]

A parte la crisi esistenziale, Novegro è stata carina, ho visto gli amici, ho comprato i gadget (ma quanto sono figa con gli orecchini Tassorosso? MAI Tassofrasso! Omioddio, basta, no seriamente, ragazzi, leggete in inglese perché non se ne può più). Sarebbe bello avere spazi migliori e un minimo di rimborso spese ai relatori che vengono da fuori (non io che sono a mezz’ora di distanza), ma in generale è andata bene. Ora torno a dormire, ieri ho dormito 14 ore e il trend continua. Chissà perché.

 

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2020: l’anno della salute mentale

Oggi dopo più di un anno ho rivisto la mia psichiatra di Milano. I motivi per cui non la vedevo da tanto sono vari e troppo lunghi da spiegare. Dico solo che adesso la mia salute fisica è abbastanza sotto controllo, quindi è il momento di fare qualcosa per la depressione ansiosa. Nel caso specifico, trovare un’altra psichiatra in zona Arona che, oltre alle cose bellissime che hanno fatto per me la psicologa e la psichiatra di Milano, abbia anche un’impostazione cattolica e quindi mi possa aiutare con quella che è un’enorme parte della mia vita.

(Rigorosamente donna, se no prendo una cotta e non va bene.)

Oggi la mia carissima dottoressa, dopo che le ho riassunto le ultime vicende, mi ha dato molto da digerire. Chi è quella parte che mi dice continuamente che le cose belle del passato sono andate per sempre, che è colpa mia perché non ho colto le occasioni, che sono una fallita, una che morirà sola? Io una risposta ce l’ho, ma la cosa importante è che la dottoressa mi ha suggerito di PARLARE con questa parte. Perché forse questa parte cerca solo di proteggermi, di essere forte per me, di difendermi dalle delusioni.

Ma l’altra parte di me è una bambina piccola e spaventata, che non ha la minima idea della vita adulta, lavora come se fossero compiti all’asilo, gestisce gli ormoni come una che di ormoni non ne ha e tutti gli uomini sono un mistero orribile, e di fronte alla parte “forte” ha solo paura. Però esiste anche un IO che guarda in faccia queste due parti e le ama, e riconosce cosa entrambe hanno fatto di buono.

Conclusione: non vi risponderò mai su FB, continuerò a trascurare gli amici, e avrò sempre attacchi di panico appena sveglia, ma magari in Piemonte qualcuno mi darà medicine più mirate, e comunque tutte queste parti, quella crudele e quella indifesa, sono parte di me e cercherò di farle comunicare fra loro.

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Stranimondi, Manerba, San Marino

Lei che si bulla di adorare i Queen sbaglia la citazione di Bohemian Rhapsody. OK.

Sono stata a San Marino con la conferenza “Il mistero di Earendil” ed è andato tutto bene. Un po’ meno nei due giorni successivi a Misano con mio cugino e i suoi amici, ma non è colpa di nessuno, loro sono romagnoli e io sono milanese e montagnina, un cocktail esplosivo. Tutto ok, ci vogliamo bene.

Nello stesso spirito della Starcon e di San Marino, “decido il giorno prima e non faccio il biglietto di ritorno YOLO”, sono andata alla Hobbiton di Manerba del Garda. Posto splendido, tempo perfetto, gente grandiosa, nuove conoscenze fantastiche, niente conferenze da fare, total relax. Mi sono finalmente iscritta alla Società Tolkieniana Italiana, dopo aver indossato abusivamente per anni la loro maglietta di Earendil.

Ho la sensazione che in questo momento sia molto importante che gli studiosi tolkieniani si stringano a coorte, non necessariamente pronti alla morte. Quest’ultima frase viene probabilmente dal vino bianco e limoncello che ho bevuto a pranzo per festeggiare gli Angeli Custodi. Mia zia è Gabriella, mio papà era militare nelle trasmissioni sotto la protezione di Gabriele, Michele è il mio arcangelo preferito (amo tutti i santi armati, Paolo/a è uno di quelli) e anche il mio Maresciallo di Napoleone preferito, e Raffaele, ok, avrà pure lui la sua ragione di esistere, ma devo studiare la Bibbia più a fondo e vi farò sapere.

COMUNQUE, un buon passo avanti per riunire i Tolkieniani Italiani è il gruppo Facebook che si chiama, non ci crederete mai, Tolkieniani Italiani. Mi sono iscritta (o sono stata iscritta, ora non ricordo, comunque va bene) per lo stesso motivo per cui mi sono unita alla STI: i Tolkieniani Italiani comprendono le più importanti realtà tokieniane del momento, e magari a qualcuno servono i saggi/conferenze deliranti che scrivo da anni. Non dico agli editori (magari anche) ma se riesco a far conoscere le mie parole di guerriera tormentata e qualcuno ne trae coraggio, la mia vita avrà più senso.

Intanto sarò a Stranimondi, sabato 12-domenica 13 ottobre, via Sant’Uguzzone 8 (Viale Monza), Milano. Ho saltato un anno e ho giurato a vari autori che li avrei contattati, ed eccomi qua sul letto con i gatti a scrivere il blog e spero che non mi sparino a vista. Per non dire dei tremila editori a cui ho promesso opere. Ehi, almeno sono una legittima Autrice Solfanelli dopo che un mio raccontino è stato pubblicato in “I diari della bicicletta”! Così non solo avrò il piacere di salutare gli amici tipo il Brandoli e il Piccirillo e il Solfanelli stesso, ma avrò anche il diritto di andare a cena con loro!!!

No cioè, mi vergogno troppo della mia ignavia e chiudo qui. Domani parto per Medjugorje, fosse mai. E vi prego, Medjugorje non è quella di Brosio, è la mia. Dateci una chance.

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Recensione: Bohemian Rhapsody

Mama, ooohhh
I don’t wanna die
I sometimes wish I’d never been born at all

Queste parole furono scritte da un giovane di 29 anni, Farrokh Bulsara detto Freddie. Veniva da una famiglia perbene, ma la sua feroce voglia di vivere, la sua sensibilità finissima e una voce sovrumana lo spinsero ad andare oltre. Sarebbe facile dire che questi versi di Bohemian Rhapsody siano un presagio della morte di Freddie Mercury a 45 anni nel 1991. In realtà sono la dichiarazione programmatica della vita di Freddie e dei Queen, e la fine di Freddie è semplicemente la conclusione logica di questa dichiarazione.

– Bohémien: lo stile di vita non convenzionale degli artisti europei nell’800, che conducevano un’esistenza al limite.
– Rapsodia: composizione molto libera e variegata.

Il film potrebbe intitolarsi “Freddie + Queen”: l’uno non poteva esistere senza gli altri, e questa realtà è resa bene. La regia di Bryan Singer (vari film degli X-Men ma anche I Soliti Sospetti e L’Allievo) non è delle più sottili. Who Wants to Live Forever in sottofondo alla scena in cui Freddie scopre di avere l’AIDS, parliamone. Il “cattivo” Paul incombe sullo sfondo in ogni scena. Il film fu finito da Dexter Fletcher, attore passato alla regia, memorabile nel ruolo del sergente John Martin in Band of Brothers. Gli auguro il meglio per il suo futuro di regista, perché come attore è immenso.

La storia dei Queen come gruppo è la più problematica. Il film si prende molte libertà. In realtà non si incontrarono come viene rappresentato, non ci fu rottura con la EMI, non ci fu scissione, i Queen non ebbero mai dubbi sul Live Aid, e altri eventi non avvennero nei momenti in cui sono raffigurati. Ma da fan dei Queen queste discrepanze non mi hanno disturbata nel cineforum romagnolo in cui l’ho visto settimana scorsa. Non mi importa che We Will Rock You sia stata in realtà scritta negli anni ’70; il modo in cui Brian May la crea nel film – coinvolgendo compagni e mogli, con Freddie che improvvisa il testo – è meravigliosamente evocativo. Così come Another One Bites the Dust accennata distrattamente da John Deacon sul basso: pelle d’oca alta tre metri!

La parte che ho trovato più manipolativa dei miei sentimenti è quella in cui Freddie rivela di avere l’AIDS subito prima del Live Aid. Ovvio che se si guarda l’epico finale del film – che replica alla perfezione il Live Aid – sapendo che Freddie è malato, la sua performance assume tutto un altro significato, dal bacio alla mamma fino a We Are the Champions. Ufficialmente lo scoprì in seguito. Ma non ufficialmente non sappiamo cosa si dissero in un gruppo così fedelmente unito.

Al di là degli errori, questa è una delle cose che ho amato del film: il rapporto fra i membri dei Queen. Freddie è un dio da subito; gli altri tre sono adorabili ragazzi normali (e similissimi a quelli veri, che hanno collaborato al film) che gli vogliono bene e ci tengono a creare cose belle insieme a lui. Sono gli anti-Beatles: tutti bravi padri di famiglia che scappano dalle feste estreme di Freddie, tutti uniti quando il dovere chiama, tuttora esistenti come band anche se Freddie non c’è più.

Freddie è totalmente, brutalmente Freddie. Il film non ha preso e non meritava l’Oscar, ma il premio a Rami Malek è meritatissimo. Non c’è molta differenza fra lui e Gary Oldman (che ha vinto l’Oscar l’anno scorso per il ruolo di Churchill, e gli ha consegnato il premio) per come si sono calati nella parte, e considerando l’età il risultato è straordinario. Mi è piaciuto come hanno tenuto gli occhi verdi di Rami invece di mettergli le lenti a contatto scure: il suo sguardo parla quanto mille canzoni. Nel suo discorso di ringraziamento, davanti ai Queen in prima fila, ha definito Freddie come “unapologetically himself”: se stesso, senza scuse.

Freddie è così nel film: per sempre adorante verso la fidanzata Mary (a cui dedica la splendida “Love of my Life”), tormentato dalla scoperta della propria bisessualità, sfrenato nei party a base di sesso e droga che lo porteranno alla morte. Si potrebbe dire che non c’è molta ispirazione positiva in una persona così, che uso la parola “eroe” a sproposito. Ma per me gli eroi e le eroine sono coloro che hanno lasciato a me e al mondo più di quanto non ci sarebbe stato senza di loro.

Freddie non cerca giustificazioni per il suo comportamento: né fama o ricchezza o genio. Freddie vorrebbe solo avere sempre i suoi gatti (fra madri di gatti ci capiamo), i suoi amici, e Mary nel palazzo di fronte per chiamarla al telefono e vedere accendersi e spegnersi la sua lampada. “I want it all and I want it now.” Egocentrismo, certo, ma straziante; e senza scuse.

Ho pianto in un momento inatteso, quando al Live Aid cantano “Radio Gaga”. Non me lo aspettavo, e dire che lo vidi in diretta. Quella canzone mi ha riportato a un tempo che non c’è più e che i Queen hanno contribuito a rendere per me unico. Quasi li odio per questo, adesso. Ma li amo troppo per odiarli.

L’altro giorno ho sognato che parlavo con i Queen e che c’era anche Freddie. Mi sembra di essere lui. Non so bene cosa voglia dire, ma mi viene in mente la tomba di Oscar Wilde – su cui decenni fa lasciai un biglietto del métro con scritto non ricordo cosa – e l’epitaffio tratto dalla sua poesia “The Ballad of Reading Gaol”:

And alien tears will fill for him
Pity’s long-broken urn,
For his mourners will be outcast men,
And outcasts always mourn.

 

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A San Marino con Eärendil

Sarò a San Marino da venerdì a domenica per il Raduno Tolkien Fest, e venerdì alle 17:30 presenterò la conferenza “Il mistero di Eärendil”.

Se ci arrivo.

Avrebbe dovuto essere un viaggio tranquillo con gli ItalInklings (Gulisano Nejrotti Paglieri) con tappa al Meeting di Rimini e arrivo comodo comodo venerdì mattina al solito agriturismo.

Una famiglia di amici mi propone di usare la casa ad Alassio per Ferragosto e dintorni. Io felicissima, adoro quella casa e ci tengo che venga abitata, ma da due anni non riusciamo ad andarci (era papà Alfredo che la viveva davvero) e quindi volevamo andare giù con loro per spazzar via le macerie e dar sepoltura ai topi morti. Questo mi lasciava una finestra strettissima per il comodo viaggio sanmarinese che avevo sognato.

Così ho allertato i compagni di viaggio che sarei scesa all’ultimo momento, causando disagi anche a loro. Poi le cose sembravano schiarirsi, perché gli aspiranti alassini si sono dimostrati perfettamente in grado di affrontare da soli le macerie, i topi morti e il garage che neppure io so dove sia. Stavo per smentire e dire che sì, andiamo al Meeting, viaggiamo tutti insieme, yeah, e la mia prozia tedesca si rompe una gamba.

Adesso è in ospedale poco lontano da qui (non sono a Milano, non so più neanche come è fatta Milano), esce martedì, viene a casa a due passi da noi e ci sarà da occuparsi di lei. E’ una persona stupenda, energica ed eccentrica, sta già organizzando feste, e adesso io ho paura che il coccolone venga alle sue nipoti, ovvero mia madre, mia zia e mia cugina. Siamo da capo: partirò all’ultimo momento possibile per parare i danni qui finché posso.

Quindi giovedì vado a Milano, venerdì mattina parto per Rimini, prendo la navetta per San Marino e se il Silmaril mi guida arrivo entro le 17:30. Mollo il bagaglio sul palco, mi infilo la maglietta di Eärendil, faccio la conferenza e poi vado a dormire dietro le quinte.

La conferenza stessa sarà tutta da ridere, perché tutto questo è successo mentre la stavo correggendo (= cambiando tutto) e il nostro maestro del coro della chiesa ci ha insegnato una dozzina di nuovi canti da ripassare ogni giorno. Sono reduce dalla messa per gli Alpini in cui abbiamo cantato “Signore delle Cime”, o meglio hanno cantato, perché io piangevo pensando che è stata cantata al funerale di mio papà. D’altra parte mi piace far parte del coro. “Cantare” è una parola grossa, diciamo che ogni tanto emetto un suono piacevole per puro caso.

Come vedete dalle mie ferventi attività, la mia salute personale va benissimo, al punto che la mia ematologa mi ha tolto le medicine. Il raro e non aggressivo cancro (o qualunque cosa sia) è in remissione: adesso mi sta ammazzando lo stress. Io dico sempre ai miei dottori e psichiatri che potrebbero scrivere un articolo su di me per le riviste mediche e il loro curriculum schizzerebbe alle stelle.

E non vi ho detto di Deke. Non l’astronauta, il mio nuovo smartphone. Il passaggio da Windows ad Android (perché, Windows, perchè?) è stato un trauma paragonabile al passaggio da Windows Nonsocosa a XP sul portatile. Ho dovuto praticamente prendere una seconda laurea in tre giorni per convivere con Deke; adesso ho capito quasi tutto, tranne come usare il telefono…

Vi terrò aggiornati. Che Eärendil mi aiuti.

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50 anni di Luna: Deke Slayton, l’eroe sconosciuto

WordPress ha pensato bene di mangiarsi il mio account proprio fra il 19 e il 20 luglio. Il problema principale era il sito della parrocchia, da cui dipende un sacco di gente per le info; ripristinato quello, rieccomi su questo blog sottoutilizzato. Brutta cosa la sociofobia per una scrittrice.

Ho festeggiato il 50° dell’allunaggio seguendo in diretta il lancio di Parmitano e guardando tutti i film e le serie che possiedo, da Uomini veri ad Apollo 13 a Dalla Terra alla Luna. Pensavo di dedicare il mio post celebrativo al film Il primo uomo ma non l’ho ancora visto (ho una coda di film da vedere e recensire che al confronto Smaug è un gatto dell’Isola di Man).

Quindi ecco a voi un personaggio che compare in quasi tutti gli spettacoli dedicati alla NASA ma il cui nome è sconosciuto ai più, anche perché interpretato da una serie di attori dimenticabili (tranne Nick Searcy in Dalla Terra alla Luna, bravissimo, ma gli somiglia come io somiglio a Scarlett Johansson). Eppure la sua vita è già un film, e vorrei che qualcuno lo girasse. Non mi sento di scrivere un romanzo su di lui perché confesso una totale ignoranza degli aspetti tecnici. ma eccolo qui:

Donald_K._Slayton_(1960).jpgDonald Kent “Deke” Slayton, 1924-1993, pilota di caccia durante la II guerra mondiale, pilota collaudatore e ingegnere aeronautico, fu selezionato nel 1959 fra i primi sette astronauti del Progetto Mercury, quando la corsa allo spazio fra USA e URRS cominciava a scaldarsi. Al fianco di personaggi come Gus Grissom, Alan Shepard e John Glenn, passò in secondo piano nell’attenzione dei media, non andò mai nello spazio e fu tolto dal programma nel 1962 a causa di un difetto cardiaco.

Fine della sua carriera di astronauta… o no? DUN DUN DUN DUNNNNN

Deke doveva essere, oltre che un geniaccio, un diplomatico e un uomo di profonda empatia e capacità di comprendere la natura umana, perché nel 1966 divenne direttore del settore “Flight Crew Operations”, in pratica l’Ufficio Risorse Umane della NASA. Un noioso lavoro da scrivania? Parliamone. Tutti gli astronauti delle missioni Apollo, ma dico TUTTI, furono selezionati da lui. Deke doveva gestire il complesso sistema di rotazione degli equipaggi e delle loro riserve. Il poveraccio a un certo punto si trovò a decidere cosa si portavano gli astronauti sulla Luna, dopo che “qualcuno” (ehm – Shepard – ehm) portò la testa di una mazza da golf. Tenete presente che più peso si portavano in fuffa, meno carburante avevano per l’allunaggio e il decollo dalla Luna… e Deke era lì a controllare dati da cui dipendeva la loro vita.

grissomDeke programmò chi sarebbe stato il primo uomo sulla Luna. Pare che la prima scelta fosse l’amico Grissom (mio eroe, vedi foto). Deke ascoltò le grida d’aiuto di Grissom, White e Chaffee quando la capsula sperimentale Apollo 1 esplose in cima alla rampa di lancio; aveva addirittura considerato di infilarsi dentro con loro per capire cosa non andava. Le mogli degli astronauti di Apollo 1 gli donarono una spilla da astronauta, anche se lui non era mai stato nello spazio. La scena appare in Dalla Terra alla Luna e pare sia autentica.

Deke fu al fianco di Shepard quando questi divenne il primo americano nello spazio, fu bloccato da una malattia all’orecchio, guarì e andò a giocare a golf sulla Luna con Apollo 14. Deke si trovò a palleggiare fra il nevrotico Buzz (lo dico con tutto l’amore di sorella nevrotica) e il flemmatico Neil su chi dovesse essere il primo uomo sulla Luna. (Risposta: il portello si apre dalla parte del comandante, quindi esce per primo il comandante. Capito, Buzz? Luvya Buzz.)

a13detS70-35013Deke non mollò per un attimo Apollo 13 nel disperato tentativo di riportarli a casa. Lo vedete qui a sinistra con il sistema per ridurre la quantità di CO2 – “prendete la copertina del manuale di volo, e un calzino” – reso celebre dal film Apollo 13. E poi, con l’ultima missione di Apollo 17, gli ultimi passi di Cernan sulla Luna e la cancellazione del programma, quella fase della vita di Deke ebbe termine.

 

SlaytonSorpresa. Dal 1962, scottato dalla sua rimozione come astronauta attivo, Deke era diventato un salutista, facendo esercizio fisico e smettendo di bere e di fumare per rimediare al suo difetto cardiaco. Un esempio per tutti noi che tendiamo a sbroccare, perché FUNZIONO’. Nel 1975 il nostro andò finalmente nello spazio con la storica missione Apollo-Soyuz.

C’era ancora la guerra fredda; eppure due equipaggi ai lati opposti dello schieramento si incontrarono nello spazio. All’aggancio delle due navicelle, gli astronauti Slayton, Stafford e Brand strinsero la mano a Leonov (prima passeggiata spaziale, 1965) e Kubasov. L’atterraggio quasi ammazzò i tre astronauti americani, ma l’esperienza di Stafford li salvò.

apollo-soyuz-anniversary-0006.jpg

A me vengono sempre le lacrime agli occhi quando ci penso, perché il disgelo avvenne nello spazio prima che sulla Terra, così come oggi uomini e donne da ogni continente lavorano insieme sulla Stazione Spaziale Internazionale. Non c’è tempo per la politica nello spazio, bisogna sopravvivere. Dovrebbe essere una lezione per noi sulla Terra: la politica è una fregatura che ostacola la sopravvivenza quotidiana della gente normale. Ma lasciamo perdere. Godetevi la foto di Deke e Alexei qua sopra.

Deke concluse la sua carriera alla NASA gestendo parte del programma Space Shuttle quando John Young (un altro mio eroe) portò nello spazio il Columbia nel 1982. Morì nel 1993 di cancro al cervello. La maledetta bestia ti frega, non importa quanto tu sia salutista. Io adesso sto bene, ma tanto se deve succedere succede. Mio papà faceva la vita più salutare del mondo e se n’è andato in pochi mesi.

Ok, supponiamo di fare un film su Deke. Chi potrebbe interpretarlo? Come dicevo sopra, nessuno ha mai reso davvero giustizia a quella faccia da cowboy pensoso. Ne sparo due: Hugh Jackman e Matthew McConaughey. Hugh è ancora abbastanza giovane da interpretare il trentaquattrenne Deke del progetto Mercury e il cinquantunenne Deke di Apollo-Soyuz. Non ha gli occhi azzurri, ma secondo me per interpretare un personaggio storico ci vuole un bravo attore, non tanto un attore somigliante. Il magretto Gary Oldman ha vinto l’Oscar per aver interpretato Churchill in L’ora più buia. E io continuo a dire che Benedict Cumberbatch sarebbe il perfetto Senna, con lenti a contatto castane. Sbrigati Benedict… McConaughey ha un viso magro, ma è bravissimo e starebbe da dio con il taglio a spazzola.

Buon 50esimo, ciao Deke, Gus, Neil, Buzz, Mike…

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Nuove uscite di PB Cartoceti

diari-della-bicicletta-chieti-tabula-fati-2018-103f2261-1e0f-4d0b-8d13-619645bf6fd9Prima fra tutte, ovviamente, “I diari della bicicletta” edito da Tabula Fati, che contiene un racconto della sottoscritta. E’ la mia prima pubblicazione dopo Hobbitologia. Devo veramente darmi una bella pedata nel fondoschiena.

Seguono le più recenti traduzioni degli apocrifi di Sherlock Holmes:

Sherlock Holmes e l’avventura della Peste Nera

Sherlock Holmes e l’avventura dell’abominevole moglie

Sherlock Holmes e l’avventura della stampella d’alluminio

Sherlock Holmes e la singolare scomparsa di James Phillimore

Sherlock Holmes e il Barone Maupertuis

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