Gestire una biblioteca di paese

vecchiooratorioJPGBonus a chi riconosce la citazione da “Il Pendolo di Foucault”.

La Biblioteca Pubblica Teresa Donati di Nebbiuno esiste ormai da anni, ma solo dall’ottobre scorso ci siamo trasferiti nella piazza principale del paese, dentro lo spazio del vecchio oratorio generosamente messo a disposizione da Don Maurizio nella casa parrocchiale. E’ un enorme miglioramento rispetto allo spazio angusto e pressoché irraggiungibile in cima al paese che avevamo prima (peraltro regalatoci dalla famiglia Donati e che ci ha permesso di dare avvio a questa iniziativa). I problemi da affrontare sono ancora tanti: per fortuna la Biblioteca è “giovane” e ci consideriamo ancora in rodaggio.

IMG_0767Io non faccio parte del Consiglio Direttivo, sono soltanto una volontaria. Tento di risolvere problemi immediati come il funzionamento dei computer, le sostituzioni ai turni di apertura se qualcuno sta male, l’applicazione della legge marziale per ricordare di spegnere il riscaldamento etc, ma soprattutto l’ordine dei libri.

Purtroppo lo spazio è sì aumentato, ma è sempre limitato, perché metà della nostra sala è dedicata a due grandi tavoli per le attività e a eventuali proiezioni. Le generose donazioni che ci arrivano periodicamente sono ogni volta una sfida per trovare un posto. Sto ancora cercando di compattare gli autori stranieri e italiani spargendo etichette di scotch di carta su ogni ripiano; per questo non abbiamo ancora un ordine preciso, tantomeno un catalogo o etichette stampate e applicate decentemente.

WP_20181109_002Aperture, iscrizioni, prestiti e resi, va bene… ma è tutto così angosciosamente sociale. Lasciatemi da sola in cima alla mia scaletta, a spartire i libri per argomento e poi per ordine alfabetico, e sono felice. (Ci si fanno anche i muscoli.) Fa tanto Nome della Rosa… mi piace vedermi come Guglielmo da Baskerville che difende i libri, ma spesso assomiglio pericolosamente a Jorge da Burgos. A volte mi sembra di prevaricare nel mio desiderio di occuparmi da sola dell’ordine dei libri.

zIMG_0251Ma il resto del gruppo è ben contento di lasciarlo fare a me – purché prima o poi io presenti almeno uno schema perché tutti possano trovare tutto – e a me sembra che, come ha fatto in passato una mia amica, è ovvio che in un posto così piccolo sia una sola persona a occuparsi dell’ordine, almeno nelle prime fasi. Se poi questa persona è laureata in filologia, non è sboronaggine ma è una pesante responsabilità. Simone de Beauvoir va sotto la D o sotto la B? (Io la metto sotto la B, perché che senso ha mettere Antoine de Saint-Exupery sotto la D?) Il mio amato e compianto Giorgio Faletti va sotto “Gialli Italiani” o sotto “Autori Italiani” in generale, fra Eco e Fallaci? (Al momento è lì.) Queste sono cose che mi vengono spontanee e che non saprei mai spiegare a un’altra persona.

Poi ci sono gli autori che sconfiggono anche me. Se trovo Pinco Pallino, che non ho mai sentito nominare, il cui libro ha vinto i premi Strega, Campiello e Petruzzellis della Gattina, e parla di un complotto sociopolitico ai tempi di Ramesse II mentre la figlia del Faraone ha una storia d’amore a luci rosse con un ebreo e poi arrivano gli alieni, lo metto sotto Autori Italiani, Romanzo Storico, Rosa o Fantastico? O, Dio non voglia, Storia Antica o Religione?

A volte rimpiango di non aver mai fatto l’esame di Biblioteconomia. Ma non mi servirebbe, qui dove siamo così piccoli che applichiamo non tanto la classificazione decimale Dewey ma il diffuso metodo “O la va o la spacca”.

E non parliamo dei problemi di comprensione interna. Parte del nostro gruppo è un tantino anticlericale, per cui il Don è la causa di tutti i mali, non importa che ci abbia regalato un oratorio. E in un paesino di montagna è inevitabile che la lettura non sia esattamente l’attività preferita. Fra altre iniziative, stiamo tentando, non dico di far decollare, ma di tenere in vita artificialmente il “Pomeriggio con un Libro”, ormai degno di testamento biologico. Già mi hanno bocciato il titolo “Pomeriggio letterario” perché “fa troppo paura”. Adesso stiamo disperatamente cercando di radunare più di 4 persone, 3 delle quali sono la mia famiglia e una è la volontaria che apre la Biblioteca, per parlare nel modo meno minaccioso possibile di argomenti inoffensivi come i racconti di animali o di Sherlock Holmes. (“Ma Sherlock Holmes non è un cattivo?” Sant’Arthur Conan Doyle, tienimi una mano sulla testa.) A volte ho il sogno perverso di radunare trenta contadini e pensionati solo per scaricargli in testa “Un posto pulito e ben illuminato” di Hemingway o “I Morti” di James Joyce, scatenando così un’ondata di suicidi.

Sì, i giornali avevano ragione: c’era neve in tutta l’Irlanda. Cadeva dovunque sulla scura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla palude di Allen e, più a occidente, cadeva dolcemente nelle scure onde ribelli dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili spini. La sua anima si abbandonò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell’universo e lieve cadere, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

“Buona notte,” disse l’altro. Spense la luce continuando la conversazione fra sé e sé. Era la luce, ovviamente, ma era comunque necessario che il posto fosse pulito e piacevole. Certamente non ci deve essere musica. Né si può stare con dignità in piedi di fronte ad un bancone, anche se è l’unica cosa che puoi trovare dopo una certa ora. Di che cosa aveva paura? Non era paura né timore, era un nulla che conosceva troppo bene. Tutto era nulla, anche gli uomini erano nulla. Era solo quello e la luce era l’unica cosa di cui aveva bisogno, assieme ad un poco di pulizia e di ordine.
Alcuni ci vivevano e neanche se ne accorgevano, ma lui lo sapeva che tutto era nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il tuo nome ed il tuo regno, nada la tua volontà in nada come in nada. Dacci oggi il nostro nada quotidiano e rimetti a noi i nostri nada come noi rimettiamo ai nostri nada e liberaci dal nada; pues nada.

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Non ho la stoffa dell’attivista

Stanotte non ci ho dormito per quello che ho scritto ieri. Pensavo di cancellarlo, ma tanto ormai è su FB, e poi sono ancora convinta di aver scritto cose giuste. L’ansia sociale mi tormenta, ma per stavolta non ha vinto, se non per il fatto che non avrò mai il coraggio di leggere i commenti.

Ero entrata nel sito per aggiornare la mia lista di traduzioni di Sherlock Holmes, e mi ha preso un accesso di sincerità. Si potrebbe pensare che questo è il mio blog professionale e la mia vita privata non c’entra; ma quando la mia vita privata influenza la mia vita professionale, non mi sembra giusto nasconderlo. Adesso magari riceverò meno offerte di lavoro perché potrei aver lasciato credere di non essere in grado di lavorare. Fa niente. In ogni caso non è vero! A parte una stanchezza generale per tutti gli esami, controlli e palle varie, io STO BENE e non è previsto che peggiori, anzi.

Quello che ho scritto è giusto. Potrebbe danneggiarmi, ma se invece aiuta almeno una persona a tranquillizzarsi, a capire meglio che del cancro (come della depressione ansiosa) si può parlare, che si può curare, che ci si può vivere, avrò avuto successo, anche se magari non lo saprò mai.

E chissà che da tutta questa situazione non esca un racconto, un romanzo, un diario. A quel punto avrò avuto successo anche dal punto di vista professionale. Win-win.

 

 

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Nessun anno è sprecato

vop_pood2_bNeanche il 2018, in cui sono scomparsa a causa di problemi di salute non ancora risolti. Non sono stata alla Starcon di Chianciano anche perché la location 2017 non mi è piaciuta (scusa Gabri) ma neanche ad appuntamenti dietro l’angolo come Novegro, Stranimondi, il Raduno – mica tanto dietro l’angolo quest’ultimo, ma per me la Romagna è una seconda casa. Eppure.

Fatico a dirlo, perché mi è stato fatto capire che perfino ammettere la depressione ansiosa può essere negativo per la mia reputazione professionale. Ma per me è una questione di principio: far capire al mondo che non esistono malattie degne di stigma, e che più se ne parla più è facile affrontarle e rispettare coloro che ne soffrono. E dato che non si può sapere CHI ne soffre, potrebbe essere buona abitudine non comportarsi in modo aggressivo, intollerante, violento e rumoroso con nessuno. Utopia?

E poi c’è il “brutto male”. Che non è necessariamente il cancro; a tutt’oggi non ho idea di cosa sia morto Sergio Marchionne, non un mio eroe (non amava Kimi) ma un essere umano, la cui fine mi ha emotivamente coinvolta ma mi ha lasciata svuotata per non aver capito esattamente cosa gli sia successo. Non voglio essere morbosa, ma nel 2015 ho accompagnato il mio adorato papà, il mio migliore amico, alla fine della sua vita, e avrei odiato non sapere cosa gli stava succedendo, anche se saperlo mi ha spezzato il cuore.

Adesso il “brutto male” ce l’ho io. E rifiuto giri di parole, eufemismi, garbate elisioni. Ho il CANCRO. Dico subito che a quanto pare è una forma non aggressiva e che con le cure opportune dovrebbe sparire. Sono viva, sto bene, faccio Tai Chi Chuan e se qualcuno mi tratta da malata gli somministro il Primo Pugno. Ma ho il cancro, un linfoma per essere precisi, e ODIO quando leggo con compassione della fine di qualcuno e non si dice altro che è stato “un brutto male”. STIKAZZI! Ditemi cos’era esattamente, così posso capire cosa mi aspetta! E non dipende dai parenti giustamente sconvolti, ma dai giornalisti pavidi che non osano scendere nei dettagli, ancora legati a formalità ottocentesche, e non hanno idea di quanto sia importante per gente come me , e come molti altri, sapere cosa uccide e cosa no.

Cioè, gente, non sto morendo e non ho intenzione di morire nei prossimi trenta-quarant’anni. Sto cercando una cura e anzi spero, come portatrice di un cancro raro, di essere utile ad altri. Ma dato che non sono mai stata normale in niente, ho appena fatto la terza biopsia per capire che cavolo ho. Devo essere l’unica persona al mondo che non vede l’ora di ricominciare la chemio.

Vorrei parlare dell’aiuto che mi dà la fede, ma non mi piace fare la santerellina e neanche farmi passare da devota, quando la depressione mi impedisce di credere in qualsiasi cosa buona. Spero che Dio ignori il mio pessimismo e mi accolga lo stesso anche se Lo metto da parte.

Riassumendo: mi sono già persa Novegro ma spero di farmi Cartoomics, Bellaria, S. Marino, Stranimondi e tutto quello che posso godermi. Perchè una depressa-ansiosa con il cancro può sempre godersi la vita e dare senso a ogni anno.

Vero?

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MICROCOSMO YOUTUBE 1

Dato che non vado al Raduno Tolkieniano di San Marino – tristezza – vi scrivo un editoriale.

Il fenomeno mediatico YouTube sta esplodendo come fonte di notizie alternativa ai mainstream media e come forma di intrattenimento. Ormai è paragonabile all’avvento della televisione; c’è un sacco di spazzatura, fake news e molte gemme; bisogna discriminare. Spero di esserne in grado.

Personalmente l’ho scoperto in un momento di stanchezza. Dall’autunno scorso, causa la dipartita di un amato zio e qualche problema di salute, ho avuto una serie di casini burocratici che hanno stroncato tutto l’entusiasmo suscitato da Stranimondi 2017. Stare al telefono 24/7 con geometri, commercialisti, notai, e dottori, e girare per proprietà e ospedali, fa questo effetto. Continuo a tradurre e a lavorare sulle mie scritture, ma arriva il momento in cui voglio solo staccare il cervello. Ho raggiunto un livello di pigrizia tale che non ho neanche più voglia di fare giochi su Internet: mi basta guardare qualcun altro che gioca.

Da questo incontro casuale (non ricordo neanche quale gioco avessi cercato per la prima volta) è nata una specie di dipendenza che devo combattere per riuscire anche a lavorare. È così rilassante fissare lo schermo del computer come una televisione, e carrellare (per usare un verbo popolare nella mia famiglia) fra i vari canali. Certo, potrei darmi da fare per implementare il collegamento Internet della mia WII e guardare i video sul televisore intanto che faccio step o cyclette, ma fa tanto caldo…

14141458.950881.1695Sia per mantenermi in esercizio con la lingua che per reazione alla televisione italiana perennemente accesa nella nostra cucina, guardo solo canali in  inglese. Uno dei primi che ho scoperto – potrà sembrare banale – è lo YouTuber più popolare in assoluto, Pewdiepie, un opinionista svedese che vive in Inghilterra con la sua futura moglie italiana, Marzia, lei stessa YouTuber. Già questo è significativo del melting pot che mi piace in YouTube. Felix è abrasivo, brutalmente sincero, dotato di un umorismo sarcastico che viene compreso da pochi. Certe volte non lo sopporto neanch’io, ma so che da lui posso sempre aspettarmi commenti interessanti su giochi, video, notizie, perfino libri. Il fatto che sia un gran bel figliolo aiuta.

Snapshot_20180810In realtà il mio YouTuber preferito è Markiplier, nato alle Hawaii, figlio di un tedesco e di una coreana, convivente con un Golden Retriever e residente a Los Angeles – di nuovo uno splendido mix. Mark è soprattutto un gamer, ma ha anche prodotto e interpretato webseries di qualità superiore a molto che si vede in TV (cercate “Who Killed Markiplier”). È anche famoso per video intimisti in cui racconta momenti di crisi, perdite personali, gratitudine verso i fans per i suoi successi, con copiosi pianti; ma anche il suo strabordante umorismo è evidente nelle lunghe dirette che produce periodicamente per beneficienza, grazie alle quali ha donato milioni per le cause più diverse. Anche lui è uno strafigo pazzesco… ho davanti a me il suo calendario di nudi artistici, venduto in favore della lotta contro il cancro!

Il concetto dei guadagni su YouTube mi porta a un argomento molto spinoso, che mi ha aperto un mondo alternativo all’editoria ma altrettanto pieno di pericoli. No, non voglio diventare una YouTuber, la mia ansia sociale me lo impedisce (chi può dirlo…), ma mi affascina vedere come altri creativi si sono inventati un lavoro che non è mai scontato quanto ai guadagni. YouTube sta diventando sempre più un business, e come tale sempre più schiavo delle leggi del mercato.

Se io posto un video su YouTube ho l’opzione di “monetizzarlo”, ovvero di mostrare spot pubblicitari al suo interno, e ricavarne un guadagno. È così che gli YouTuber che per un puro caso demografico hanno colto l’onda al momento giusto (al volgere degli anni ’10) e adesso vanno per la trentina, come Felix o Mark, hanno costruito la loro fortuna.

Ma è davvero così facile fare soldi con YouTube? Lo è sempre meno. È in voga il fenomeno della “demonetizzazione”, per cui se un video è meno che politicamente corretto, non ottiene spot e quindi non porta guadagno all’autore. Il famigerato Pewdiepie ha fatto diversi passi falsi nella sua carriera, biologicamente inevitabili – avete presente il principe Harry in uniforme nazista, ora buon marito e futuro padre di famiglia? Il culmine della crisi di Felix è stato durante una diretta del videogioco Player Unknown Battlegrounds (PUBG) in cui nell’euforia del combattimento il giovane svedese ha pronunciato l’infame parola NIGGER. Demonetizzato all’istante e messo all’indice – al momento i mainstream media lo accusano anche se si gratta il naso in trasmissione.

E apriamo un’altra parentesi sul politicamente corretto. Restiamo sull’esempio di NIGGER. (Lo metto in maiuscole perché è così significativo, a rischio di essere demonetizzata… no, un momento, il sito me lo pago io.) In se stesso, è un termine derogativo per indicare gli Afro-Americani. Però viene usato liberamente dagli Afro-Americani stessi, per esempio nel rap. Ma se lo usa un bianco è offensivo! Viene addirittura fatta la differenza di pronuncia fra nigg-ER, con la R arrotata, che è inteso come un insulto, e NIGGA, che invece vale come “amico”. La filologa in me inorridisce. Questo è solo un piccolo esempio del delirio che ho scoperto su YouTube. Sono conservatrice e mi considero di mentalità aperta, ma ultimamente mi sembra che il politicamente corretto stia esagerando.

Esempio. Sono affascinata da un fenomeno per cui non so neppure trovare un nome. Loro si fanno chiamare (per il momento) LGBTQA+, e la filologa di cui sopra inorridisce di nuovo. Accetto che una persona non si identifichi con i due generi classici. Quasi tutti abbiamo passato la fase della cotta per la migliore amica o per l’atleta figo della classe. Qualcuno non riesce a superarla e ha seri problemi di identità di genere. Da ansioso-depressiva, ho il massimo rispetto per loro. Come io ho cercato rimedio nella terapia psicologica e psichiatrica, com-patisco (= soffro con) quelli che decidono di essere attratti dal loro stesso genere, o addirittura di compiere un difficile processo di transizione per diventare quello che sentono di essere davvero. (No, non basta andare in ospedale e trasformare la passerina in un uccellino e viceversa. È un processo infinitamente più lungo, complesso e doloroso.)

Ma mi sembra ridicolo e pericoloso che diventi una moda – da applicare forzatamente perfino ai bambini, che sono tutti potenzialmente bisessuali perché la vera attrazione verso l’altro avviene solo con la pubertà – e che si voglia essere rappresentati da una sigla ridondante:

L = Lesbica (ok, ma basterebbe omosessuale)
G = Gay (ok, ma vale anche per le donne omosessuali)
B = Bisessuale (ok, esistono e in un certo senso lo siamo quasi tutti)
T = Transessuale (ok, ma ce ne sono di tutti i tipi, gli uomini che diventano donna ma si tengono il pipino, etc)
Q = Queer (che a mio modesto parere copre tutti gli esempi di cui sopra)
A = Asessuale (ok, esistono, io lo sono per necessità, ma è uno spettro larghissimo)
+ = tutti gli altri, poligami, polisessuali cioè attratti da qualsiasi cosa… è un casino!

Detto ciò, ripeto, questa cultura mi affascina. Seguo su YouTube diversi omosessuali, transessuali e bisessuali. Molti di loro fanno video di bellezza, cioè trattano di trucchi, vestiti, arredamento etc (anche un sacco di YouTubers etero come Marzia) e questo argomento mi interessa poco, non sarei mai capace. Ma sono attratta dall’estetica di queste persone, le trovo belle a prescindere: due esempi, Blaire White (con cui condivido l’impostazione conservatrice) e Jeffree Star. Quando guardo un loro video ho l’irrefrenabile impulso ad andare a depilarmi le mie sopracciglia da Neanderthal, che può farmi solo bene.

Questa è solo la punta dell’iceberg di ciò che trovo interessante su YouTube. Mi piace tutto ciò che sfida le definizioni convenzionali, per esempio SomeBlackGuy, un ragazzo nero (si può dire?) e conservatore. E quando sono stanca delle diatribe sul politicamente corretto, posso sempre rilassarmi guardando Felix o Mark che giocano a qualcosa. Non è esattamente sano, ma è un ansiolitico.

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Recensione: L’Ora più Buia (Darkest Hour)

indexCompro il DVD a scatola chiusa. Stika, ‘sto tizio che fa Churchill sembra quasi Gary Oldman, occhi e bocca uguale, ma non può essere, è troppo vecchio e grasso. Bravo però l’attore, io gli darei l’Oscar!

Okay. Avrei giurato che questo fosse il quinto o sesto Oscar di Gary, invece è il primo. Mi ha sbalordita, uno che è passato da Lee Harvey Oswald a Churchill tramite Beethoven, e solo ora vede riconosciuta la sua bravura. Però ha solo 59 anni – ha tempo di vincerne tanti altri – ed è un’altra cosa che mi ha stordita: mentre girava il film c’erano solo 6 anni fra lui e Churchill, eppure lui è molto giovanile e il buon Winston non era messo benissimo. Ricordiamo che Gary ha interpretato La Talpa nel ruolo che fu del grandissimo Sir Alec Guinness, e che solo lui può aspirare al titolo di  erede di Guinness, anche grazie al trucco vincitore dell’Oscar. Posso solo dire ogni bene di colui che è stato il mio adorato Sirius Black.

Gary a parte, questo film è un caso esemplare in cui posso dare un giudizio solo dopo aver sentito pareri di altri, come era avvenuto per Forma dell’acqua. Non ho ancora visto gli altri film candidati all’Oscar, e ho già detto che non avrei dato il premio a Forma dell’acqua, ma sinceramente non lo darei neanche a L’ora più buia, per il semplice motivo che lo spettatore medio non ha molto da identificarsi.

imagesCome tossica della monarchMV5BMTkwMjYyMzc5OF5BMl5BanBnXkFtZTgwMzYzODA1NDM@._V1_SX750_CR0,0,750,499_AL_ia inglese, mi sono innamorata di Ben Mendelsohn nei panni di Giorgio VI (interpretato da Colin Firth in Il Discorso del Re, papà di Elisabetta e bisnonno di Harry, per tutti gli anglofili che hanno seguito devotamente il matrimonio reale). Mendelsohn è il più somigliante in assoluto di tutti gli attori che hanno interpretato Giorgio VI (Firth compreso, ma anche Jared Harris – talentuoso figlio di Richard Harris – in The Crown) e nel film ha un ruolo tridimensionale e intenso che mi fa sperare di vederlo presto in altri film oltre a Rogue One, dove faceva il cattivo Krennick. Ho sempre amato Kristin Scott-Thomas, bravissima nel ruolo della moglie di Churchill. Favolosi anche gli attori secondari, soprattutto Stephen Dillane nel ruolo di Halifax (scusa Stannis, non ti ho riconosciuto) e Ronald Pickup nel ruolo di Chamberlain, che qualcuno della mia generazione ricorderà nel Verdi del 1982.

Il film tuttavia ha qualche problema. Prima di tutto, per molti di noi italiani un film che parla di politica è motivo di chiamare il 118 per una lavanda gastrica. Ho avuto la stessa reazione, al quadrato, quando ho visto Lincoln di Spielberg. Regia, attori, tutto stupendo… ma un film che per tre quarti parla della legge elettorale post-guerra civile in America può solo causare diarrea a spruzzo a qualsiasi italiano esasperato. E mi fermo, perché questo non è un blog politico. L’ora più buia mi ha dato a volte la stessa sensazione di Lincoln. Ma c’è una differenza…

Il periodo storico descritto in Lincoln poteva essere sconosciuto a molti di noi; a me di sicuro, malgrado la mia passione per la guerra civile americana. E tuttavia non mi ha insegnato molto più di quanto già sapessi, anzi mi ha ispirato orrore per come gran parte del film è incentrata sulla pura politica.

L’ora più buia narra di un periodo molto più vicino a noi. Dobbiamo ritenerci fortunati che esistano ancora testimoni della II Guerra Mondiale. Io, in particolare, anche se i miei genitori erano allora bambini, ho studiato a fondo l’argomento, e quindi ero la spettatrice ideale per capire i riferimenti del film: il desiderio sincero di Chamberlain di avere la pace a ogni costo con Hitler, i dubbi di re Giorgio che alla fine sceglie di restare a Londra con sua moglie (la mitica Queen Mum) per incoraggiare i sudditi invece di fuggire, e soprattutto il dramma di Churchill di fronte alla ritirata di Dunkirk-Dunquerque. Il film, seguendo l’unità aristotelica di luogo, tempo e azione, copre meno di un mese (maggio 1940), a Londra, dall’inizio alla fine della ritirata di Dunkirk.

Mi rendo conto che chi non è un appassionato del periodo, o di Gary Oldman, o di Giorgio VI, potrebbe annoiarsi. L’emozione del film viene dalla consapevolezza della situazione storica e dalla reazione umana dei protagonisti. La regia del giovane Joe Wright, da tenere d’occhio, è brillante nel seguire un tema fondamentale: Churchill e la sua esperienza di Londra (e per estensione del mondo) nei primi tempi della guerra. All’inizio vediamo il primo ministro, ancora sicuro nella sua idea di nascondere ai cittadini la vera gravità della situazione bellica, che passa in macchina attraverso la gente comune, i miserabili, i borghesi, i ricchi. Mentre guardavamo il film, mi hanno fatto notare come l’ambiente somigliasse a Whitechapel in Ripper Street. Chiaramente quello di Churchill era un ambiente più lussuoso e meno violento, ma il paragone regge. E mentre attraversa la Londra quotidiana, Churchill ha a che fare con un re diffidente e problematico che non lo apprezza come primo ministro. (Complimenti a Wright che ha solo lasciato intuire la disabilità di Giorgio VI, invece di farne una macchietta.)

Poi, ed è qui che secondo me il film dà il meglio, Churchill scopre che la sua segretaria Elizabeth (Lily James, candidata all’Oscar) ha un fratello morto a Dunkirk. Elizabeth rappresenta la gente comune durante la guerra, consapevole della tragedia in corso, ma il film va oltre: mostra il rapporto di Churchill con coloro che hanno bisogno di lui, dal più alto rango al più basso. In due scene affiancate, immaginarie ma credibili, il primo ministro incontra il popolo sulla metropolitana (la scena più lenta e retorica, ma efficace), e poi il re in persona. Solo allora si rende conto della posta in gioco, e pronuncia in Parlamento il discorso che terrà in vita il Regno Unito solo contro tutti dal maggio 1940 al dicembre 1943, quando gli Stati Uniti scenderanno in guerra al fianco del Regno Unito dopo Pearl Harbour. Un discorso che molti di noi, quali che siano i nostri problemi, possono sentire vicino.

We shall go on to the end. We shall fight in France, we shall fight on the seas and oceans, we shall fight with growing confidence and growing strength in the air, we shall defend our island, whatever the cost may be. We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender.

Può darsi che L’ora più buia abbia sofferto anche del fatto che il regista Wright non ha potuto mostrare in tutta la sua spettacolarità la ritirata di Dunkirk. Ma Wright stesso ha descritto Dunkirk nel poetico Espiazione con James McAvoy, Keira Knightley e la grandissima Vanessa Redgrave, e nel 2017 Christopher Nolan ha diretto Dunkirk (che non ho ancora visto). Quindi Wright non poteva fare un doppione, e a mio parere se l’è cavata bene.

Ma ripeto, capisco che lo spettatore medio abbia trovato poca azione e troppa verbosità in L’ora più buia. Non essendo lo spettatore medio, faccio il tifo per il futuro di Gary Oldman e Joe Wright.

Up your bum!

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Recensione oltre la quarta parete: Deadpool 2

A parte che Ryan Reynolds è un genio nell’aver fatto suo il personaggio, che Josh Brolin è il mio nuovo attore culto per aver interpretato due dei miei personaggi Marvel preferiti (in realtà non me ne è mai fregato niente di Thanos) e che ho una cotta lesbo per Domino – ho letto un sacco di critiche su di lei, ma nessuna che facesse riferimento alla vitiligine, mah?…

La storia è che l’ho visto da sola in terza fila, godendo come un riccio. Ora, preferisco sempre vedere i film con gli amici – Damina che mi sgomita sussurrando SHMI! quando io invoco BACIO BACIO davanti a Tony Stark e Dr. Strange non ha prezzo –  ma da sola è tutto un altro feeling. E’ come guardare la televisione x100. Non era neanche la mia prima volta da sola al cinema: l’anno scorso ho visto l’Amleto di Benedict Cumberbatch (ahò Ben, lo fai uscire ‘sto DVD o no?) Sono una donna emancipata e indipendente e… nah, sono solo una nerd con problemi logistici che quando può fa quello che può.

 

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LinkedIn

Ho trascurato LinkedIn per una vita, ma mi sembra il caso di collegare questo sito al mio account e tenerlo d’occhio maggiormente. Questo è un test, 1 2 3 prova. Se appare sulla mia pagina LinkedIn, bene. Non sto cercando davvero un nuovo lavoro. Ma se qualcuno ha bisogno di traduzioni letterarie dall’inglese (la categoria meno richiesta in assoluto nell’universo) le faccio con piacere. Le mie credenziali di traduttrice sono reperibili su LinkedIn, su questo sito e sulla pagina FB pbcartoceti.

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