13/5 Galliate: Un viaggio nella Terra di Mezzo

Un viaggio nella Terra di Mezzo

Chi può ci vada! Perché io dovrei partecipare a un panel, ma sto aspettando che mi chiamino per una serie di visite mediche, e se me le mettono lunedì non ce n’è per nessuno…

In realtà ci saranno Marina Lenti e Martina Frammartino a parlare di Hobbitologia, il che è sempre un incentivo. Se ci sarò anch’io tanto meglio, vi dirò di come Peter Jackson è allo stesso tempo un idiota e un genio! Per ora non so niente di più del programma di quanto ci sia nel link soprastante, ma il nostro intervento dovrebbe essere alle 17. Se scopro qualcos’altro pubblicherò tempestivamente.

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Recensione: Infinity War (SPOILERS)

Dopo varie recensioni intellettuali, dato che è un periodo tranquillo per traduzioni e conferenze, eccovi i miei pensieri su Avengers: Infinity War. Pensieri, perché non è che il film meriti una recensione approfondita, non essendo molto diverso dalle produzioni Marvel uscite negli ultimi dieci anni. Però, come lamentavo parlando di altre serie o film, mi ha toccato emotivamente come altre opere più intellettuali non sono riuscite a fare.

SPOILERRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR

Forse è il film Marvel più ambizioso per il numero astronomico di personaggi che raduna. E sicuramente è il più audace, perché la maggior parte di questi personaggi vengono inceneriti da Thanos con uno schiocco di dita. Thanos stesso (Josh Brolin) è un cattivo tridimensionale, non oppresso da pesanti trucchi prostetici che ne oscurano l’espressività (*ehm*Gimli*ehm*), con dubbi, dolori e una filosofia non condivisibile ma credibile, che non giustifica ma chiarisce la sua scelta di obliterare metà dell’universo.

Sarà l’età, sarà l’eccessiva esposizione alla violenza del precedente decennio di film, o l’overdose di effetti speciali, ma i combattimenti continui alla fine mi hanno annoiata. Malgrado questo, l’umorismo della sceneggiatura e l’umanità dei personaggi mi hanno divertita e coinvolta, e non chiedo molto altro da un film.

Prendiamo Tony Stark – Iron Man. Certe serie TV (che so, Bones) durano pure 10 anni e i loro protagonisti non si sono minimamente evoluti, per colpa di sceneggiatori inetti. Non credo alla teoria per cui dopo 10 anni una serie non ha più niente da dire. Se gli sceneggiatori hanno il compito di renderla ancora interessante, devono farlo, è il loro lavoro. Se non ci riescono, hanno fallito come scrittori, non è la serie che è degenerata. In questo caso Robert Downey Jr. è passato da un prestante quarantenne a un piacente (stika!) ma invecchiato cinquantenne, e gli sceneggiatori hanno avuto la saggezza di tenerne conto.

All’inizio del film, Tony sta considerando il suo imminente matrimonio con Pepper (una Gwineth Paltrow invecchiata magnificamente anche lei, ma pur sempre agée). Non è più il miliardario donnaiolo in grado di risolvere qualunque crisi con i soldi, la tecnologia e la sboronaggine: è un uomo che sta tirando i fili della sua vita insieme alla compagna di sempre. Alla fine, Tony è un uomo distrutto. Ha visto morire i suoi migliori amici e colleghi e affronta la distruzione di metà del suo mondo. Ho trovato particolarmente coinvolgente il suo rapporto con Dr. Strange (Benedict Cumberbatch). A parte la mia gioia nerd nel vedere i miei due Sherlock Holmes preferiti degli anni recenti scambiarsi battutacce, mi ha commosso la scena in cui Strange, sapendo di non poter fermare Thanos e consapevole che o lui o Tony è destinato a morire, sacrifica la sua gemma nella speranza di poter salvare almeno Tony. E così avviene: Strange si dissolve in cenere, e Tony, armatura in frantumi, rimane solo su un pianeta alieno, sagomato contro il tramonto, le mani premute sulla bocca di fronte all’inenarrabile catastrofe.

In rete ci sono miliardi di teorie. I sopravvissuti sono tutti gli Avengers originali, quindi forse il prossimo film dipenderà da loro per sconfiggere Thanos e magari dare vita a una nuova generazione di eroi. D’altra parte sembra incredibile che la Marvel si sia bruciata gran parte dei suoi personaggi più popolari: i Guardiani della Galassia, Spiderman, Dr. Strange e soprattutto il fichissimo Black Panther, così importante per gli spettatori afro-americani. Fioriscono ipotesi su come questi eroi potrebbero essere resuscitati nel prossimo film, il che è uno standard dei fumetti Marvel: nessuno muore mai davvero.

Ma per me tutto il film e l’apprezzamento che ne ho tratto, seppure doloroso, sta interamente in quell’ultima scena: il sacrificio di Strange e la solitudine traumatizzata di Tony. Niente politica, niente ideologia, solo l’umanità della perdita. Mi dispiacerebbe se in futuro non potessi più vedere alcuni dei miei attori preferiti in questi ruoli, ma Infinity War è un film che, a differenza di tanti altri nella stessa serie e non solo, ha lasciato un segno nel mio cuore.

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Recensione: Il Seggio Vacante (The Casual Vacancy, 2012)

Primo romanzo di JK Rowling scritto dopo Harry Potter con il suo nome; i successivi sono sotto il nome di Robert Galbraith e non hanno niente a che vedere con questo. A me è piaciuto e me lo rileggo volentieri almeno un paio di volte all’anno. Ne hanno realizzato anche una miniserie.

La mia prima impressione è stata: è la versione dark di Harry Potter. I protagonisti sono Andrew, figlio di Simon (losco figuro); Stuart, figlio del preside, ribelle a ogni costo; Krystal, con madre drogata, devota al fratellino Robbie. Attorno a loro ruotano altri adolescenti: soprattutto Sukhvinder, che si taglia per sfogare la sua depressione (in parte dovuta a Stuart che la bullizza), e Gaia, la ragazza perfetta senza un padre, amata da Andrew.

La generazione precedente è tragicamente segnata dalla morte di Barry Fairbrother, mentore di Krystal e impeccabile membro del consiglio cittadino. La sua scomparsa genera un “seggio vacante” a cui aspirano una serie di personaggi più o meno torbidi. Il gruppo di ragazzi, che non si coalizza mai davvero come tale, comincia a postare sul sito del consiglio una serie di messaggi in cui accusano a vicenda i loro genitori rivelando i vari scheletri nell’armadio degli aspiranti al posto di Barry. Finirà con una tragedia ma anche con una speranza di un futuro migliore, magari non nello stesso paesino provinciale.

Ho faticato a seguire le vicende del paese, diviso in una parte perbene (Pagford) e una dilapidata (The Fields), ma dopo un paio di riletture tutto si chiarisce. Il personaggio più odioso, Simon, il padre di Andrew, alla fine sceglie di lasciare Pagford per Londra, aprendo un futuro per Andrew e Gaia. Stuart comprende che non tutto è “autenticità”, il suo credo fino a pochi giorni prima. Sukhvinder compie un atto di eroismo, seppure vano, e ne trae una nuova consapevolezza di se stessa.

Siccome nelle precedenti recensioni ho parlato di “politically correct” e di liberalismo, devo dire che questo romanzo mi ha toccato e mi ha fatto pensare senza cacciarmi i concetti in gola. A posteriori non saprei dire chi è una minoranza discriminata. Mi hanno toccato le persone, sia i buoni che i cattivi. Mi è piaciuto l’ambiente bellissimo e crudele, le canzoni, i personaggi dalle molteplici sfumature, la trama che comincia da un evento tragico e precipita attraverso una serie di eventi complessi fino a una nuova tragedia e poi alla speranza di un futuro migliore per chi sopravvive. Datemi un milione di queste storie al posto di tante trame forzatamente buoniste.

Complimenti, JKR.

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Recensione: Tredici (SPOILER)

Dopo aver postato a botta calda la recensione di “La forma dell’acqua” sono stata colta da qualche rimorso. Prima di tutto mi hanno fatto notare che gatto contro mostro della laguna nera non è uno scontro impari: si tratta di predatore contro predatore. Vero: il gatto ha scelto lo scontro e mal gliene è incolto. Ma più in generale mi è parso di aver criticato il film in modo reazionario, quando invece andrebbe visto in maniera progressista, come campione delle minoranze in un clima in cui sembra invece che i diritti civili vadano indietro. Ma proprio questo è stato il mio problema durante la visione: non riuscivo a identificarmi nel messaggio positivo, non riuscivo a crederci, per motivi che non avevano nulla a che fare con il contenuto del messaggio.

Per dare un esempio della mia tendenza reazionaria che in realtà deriva dalla delusione dovuta alla mancanza di identificazione in un’opera d’arte, ecco la recensione della popolare serie televisiva “Tredici” che ho scritto per il giovane figlio di un’amica, perché non prendesse per oro colato ogni parola. La serie mi è piaciuta, ma non ci ho creduto. Così come, al contrario, ho creduto alla prima stagione di “The Handmaid’s Tale” perché più che all’ideologia la serie dà spazio alla psicologia dei personaggi (diversamente dagli anni ’80, in cui il romanzo di Margaret Atwood veniva vantato come un’opera politicamente fondamentale, motivo sufficiente per me per scappare – per me la politica è veleno). Per bilanciare la negatività, aspettatevi una recensione di “Handmaid’s Tale”, e/o di un romanzo adolescenziale ormai un po’ datato ma che io ho adorato per come ha fatto risuonare le corde del mio cuore. E ora passiamo a “Tredici”.

SPOILER

“Tredici” (in originale “13 Reasons Why”) è una serie televisiva americana in 13 puntate che descrive attraverso una serie di flashback le 13 ragioni per cui una diciassettenne statunitense si è suicidata. Il pretesto narrativo è che prima di uccidersi Hannah registra su 7 vecchie cassette a nastro (la serie è ambientata ai giorni nostri) la sua denuncia verso il bullismo di 13 compagni di scuola, maschi e femmine, che, in un’escalation fino alla violenza sessuale, l’hanno spinta al suo gesto.

Non sono adolescente da più di trent’anni e ricordo di aver subito i peggiori episodi di bullismo dalla prima infanzia fino alla scuola media. I miei compagni di liceo erano abbastanza tranquilli, ma a quell’epoca i miei problemi mentali cominciavano a manifestarsi e quindi le mie interazioni con loro sono difficili da giudicare, a parte alcuni casi di offesa diretta. Ai giorni nostri il suicidio fra adolescenti ha raggiunto un picco anche a causa della diffusione dei social media che hanno reso molto facile aggredire qualcuno a distanza e magari nell’anonimato, una situazione completamente diversa da allora.

Quindi non sono la persona più adatta a parlare di questa serie; sto solo cercando di capire il motivo per cui è diventata per me un “trigger” ansiogeno. La mia premessa tenta di spiegare perché, di fronte a questo tema gravissimo che ha davvero bisogno di essere denunciato, “Tredici” non mi ha convinta, anzi.

La serie è di ottima fattura. L’espediente dei nastri, organizzato da Hannah in modo che tutti i bulli li ricevano in sequenza, funziona come un magnete per mantenere l’attenzione dello spettatore. La storia comincia quando il protagonista Clay, un ragazzo solitario, timido e nerd che assomiglia vagamente al giovanissimo Edward Norton di “Schegge di Paura”, trova i nastri sulla porta di casa. Appena comincia ad ascoltarli si rende conto della situazione e comincia a temere di essere una delle “13 ragioni”, anche se era innamorato di Hannah e l’aveva sempre trattata bene. Man mano che la serie prosegue si stabilisce una potente dinamica fra i bulli e Clay – lui è sempre più sconvolto da quello che sente sui nastri e comincia ad agire in maniera aggressivamente vendicativa verso di loro – e all’interno del gruppo di bulli, che non sono all’inizio un “branco” ma tendono a fare fronte comune quando si comincia a capire che tutti loro hanno già ascoltato i nastri e temono che Clay li renda pubblici per fare giustizia a Hannah.

La serie ha suscitato polemiche su Internet per l’uso didattico che se ne fa in alcune scuole e l’apparente orientamento verso gli spettatori adolescenti. Comprendo che uno dei messaggi principali è che non esiste l’ “essere troppo sensibili”, che una persona va rispettata indipendentemente dall’aspetto che presenta al mondo, che “fatti crescere una pelle più spessa” non è una scusa per deridere il prossimo. Ma è un messaggio complicato in un mondo in cui gli adulti sono i primi a comportarsi così, a dire a chi manifesta un disagio “se non sopporti il caldo vattene dalla cucina”. Non è un caso che esistano tanti modi di dire per indicare coloro che non si conformano alla norma di duri e puri e per giustificare il maltrattamento da parte degli altri: si tratta di bullismo adulto istituzionalizzato. Ho la sensazione che concentrando la serie sugli adolescenti vada perso un messaggio più generale a favore del rispetto a tutte le età.

Ci sono poi problemi dal punto di vista schiettamente narrativo. La mia obiezione principale è che il personaggio di Hannah può non risultare simpatico, il che rende difficile relazionarsi con lei. Non si tratta di incolpare la vittima, cosa che succede fin troppo spesso, ma di esaminare quanto la serie sia efficace nel denunciare il  terribile fenomeno del suicidio.

Cominciamo con il problema della comunicazione fra personaggi. Hannah è una ragazza graziosa, più intelligente della media, non una di quelle “popolari” che diventano cheerleaders, ma neanche un mite topino. A volte viene da urlare allo schermo quando Hannah e Clay non spiegano ai genitori – o l’una all’altro – che cosa li renda così rabbiosi e disperati. Figlia unica (come Clay), Hannah ha una normale famiglia WASP, non invasiva né incline agli abusi, con un padre di buon carattere e una madre che cerca di stabilire un legame positivo con lei. Uno dei punti fondamentali della serie è che questi aspetti positivi non impediscono di cadere nella spirale del suicidio, perché la comunicazione fra adolescenti e genitori – e fra loro – è minata da un senso di vergogna: parlare dei propri problemi sarebbe una debolezza imperdonabile, una violazione di un codice non scritto per cui perfino i più intelligenti devono mantenere una facciata di forza per non essere considerati “diversi”. E’ un fenomeno ben noto che dopo queste tragedie parenti e amici rimangono dolorosamente sbalorditi e si chiedono “perché non ci ha mai detto niente”. Eppure ci sono molti momenti in cui Hannah ha qualcosa che la tormenta, ma deride o addirittura insulta Clay perché “non ci arriva”. Fino a che punto questo è spiegabile con la sua necessità ossessiva di mantenere una facciata? È abbastanza chiaro nella serie il motivo di questo forzato silenzio?

Addirittura, fin dall’inizio Hannah mostra lei stessa sfumature di aggressività e bullismo. È probabile che sia un meccanismo di difesa, ma non la rende più attraente come personaggio. Tratta il suo primo amico al nuovo liceo con una specie di disprezzo, chiamandolo “Ehi maschio”, al che lui, un poco sgomento, replica “Ehi femmine” a Hannah e a una sua amica. Il tono generale della scena è giocoso, ma immaginare un’inversione dei ruoli è inquietante. A causa dei continui sbalzi temporali, non è chiaro se questo comportamento si verifichi quando Hannah ha già subito maltrattamenti, quindi non si capisce l’ostilità di Hannah verso il ragazzo.

Hannah appare inoltre manipolatrice e, almeno in un caso, bugiarda, o quanto meno affetta da ricordi selettivi (manifestazione di stress e disagio mentale? Vedi sotto.) Nei nastri accusa un ragazzo di aver buttato via un messaggio che lei gli ha scritto, mentre quando vediamo l’evento dall’esterno il ragazzo lo conserva; c’è da fidarsi dell’occhio della telecamera, quando non rappresenta il punto di vista di Clay? Clay stesso viene gettato nell’angoscia più profonda quando comincia ad ascoltare il “suo” nastro, uno degli ultimi, solo per scoprire alla fine che Hannah lo ha incluso fra i 13 “solo perché lui era diverso dagli altri”, quindi giudicandolo positivamente. Pur tenendo conto dello stato alterato di Hannah mentre registra i nastri, quello che fa al tenero Clay è straordinariamente crudele e tradisce una misandria generale. È giustificabile con ciò che le è successo, o era una sua tendenza fin dall’inizio, solo in seguito esacerbata dalle violenze fisiche e morali?

La freddezza di Hannah pone un’altra domanda. E’ possibile che una ragazza che riesce a organizzare una vendetta così complessa, sottile ed efficace nei pochi giorni precedenti a un suicidio calcolato al minuto (per permettere al primo bullo la ricezione dei nastri) non abbia saputo mettere a frutto queste eccezionali risorse intellettive per agire prima di giungere al suicidio? Forse no, forse il punto è proprio questo, ma che la rabbia gelida di Hannah la porti necessariamente all’autodistruzione richiede uno sforzo di immaginazione. Non viene mai neanche menzionata la possibilità della malattia mentale. (Ehilà compagni di depressione ansiosa!) Nessuno sospetta che Hannah possa essere bipolare, maniaco-depressiva, affetta da stress post-traumatico etc., tutte malattie diffusissime per le quali, nella realtà e nella fantasia, sembra non esistere prevenzione, e nessuno, come dicevo più sopra, coglie mai i segni in tempo per evitare la tragedia. Basta guardare la cronaca. Se questo avvenisse, non ci sarebbe la serie… o sì? C’era modo di mostrare la tragedia di Hannah e allo stesso tempo denunciare l’ignoranza verso le malattie mentali, oltre che il bullismo?

Per tornare alla serie in generale, un altro limite è che si ha l’impressione che il bullismo possa essere rivolto solo verso una ragazza. Clay viene accantonato dai suoi coetanei maschi, ma è chiaro – fin dalla sua prima impressione ascoltando i nastri – che l’idea del suicidio non gli è mai passata per la testa (gliela fa venire Hannah). Tre dei protagonisti sono gay, ma si limitano a menzionare possibili discriminazioni; non vediamo nulla di come questo sia avvenuto (viene violata la regola base della fiction, “Show, don’t tell”). Una di loro ha due padri gay e teme di essere derisa dai bulli, ma questo non succede, anzi lei entra nella loro banda contro Clay. Il liceo è meravigliosamente equilibrato in fatto di etnie; nessuno viene discriminato per il colore della pelle. E quanto alle differenze religiose, è semplice: nessuno mostra alcuna manifestazione di spiritualità, a parte qualche crocifisso stereotipato addosso a latinos e ragazze goth. Questo idealismo selettivo può essere un espediente di condensazione per concentrarsi su un soggetto specifico (il bullismo sessista verso le ragazze), non potendo considerare tutti i possibili modi di discriminazione, eppure la descrizione del liceo di Hannah sembra un’utopia politicamente corretta in cui l’unico tema dominante è il femminismo. Si possono sospettare motivazioni ideologico-politiche da parte dei produttori, quando invece le interazioni umane e l’abile struttura narrativa dovrebbero bastare a mantenere l’interesse dello spettatore per quest’opera di denuncia.

Il fatto che la vittima della storia sia una ragazza porta con sé un altro problema. A parte un paio di casi, la maggior parte delle 13 ragioni sono legate al sesso: cominciando dalla fin troppo comune situazione per cui una foto intima e innocente viene diffusa sui telefonini di tutta la scuola, e via degenerando. Gli episodi descritti sono vergognosi, ma non hanno una controparte che sarebbe stata adatta anche a un ragazzo, rendendo più universale il messaggio. Hannah non è grassa o brutta, non è handicappata, non è una secchiona, non viene da un quartiere povero. La motivazione principale per gli abusi che subisce è l’essere vista solo come oggetto sessuale. Il che è gravissimo, ma non è l’unica modalità di bullismo.

I produttori hanno scelto di concentrarsi sulla violenza sessuale in ogni sua forma, e “Tredici” è chiaramente un’opera di denuncia, ma mi viene da pensare: quale scopo si propone, al di là dell’essere un buon prodotto, artisticamente ben fatto? Sensibilizzare genitori, insegnanti e figure di autorità, certamente; ma quali misure potrebbero essere prese quando gli adolescenti vengono descritti come blocchi marmorei inaccessibili agli adulti? E per quanto riguarda i ragazzi stessi? Se un ragazzo o una ragazza viene spinto da questa serie a trattare meglio il suo prossimo, è già un risultato, ma temo che in questo caso sarebbe una persona già abbastanza sensibile da non cominciare neanche a commettere atti di bullismo. Quanto ai bulli incattiviti, la serie può davvero convincerli a non considerare le ragazze come pezzi di carne? Non ci sono vere redenzioni in “Tredici”, solo atti di dispiacere da parte dei personaggi moralmente grigi e reazioni di difesa aggressiva da parte dei “cattivi”, preoccupati solo delle conseguenze per se stessi.

“Tredici” ha una sua ragione d’essere in un mondo in cui le donne sono considerate libero terreno di caccia fino all’omicidio, e non so in quale modo avrebbe potuto essere migliore senza sacrificare il ritmo e la struttura. Mi chiedo solo se non corra il rischio di presentare il suicidio come esclusiva delle ragazze sensibili ma allo stesso tempo abbastanza fredde e intelligenti da trasformare la propria morte in una vendetta collettiva. Ripetute visioni della serie potrebbero dare risposta a tutte queste domande, ma resta il problema se sia il caso di esporla – o addirittura utilizzarla come strumento didattico – a ragazzi delle medie, a malapena in grado di cogliere tutte queste sfumature.

 

 

 

 

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Sherlock Magazine Award 2017

Mi ci è voluta una vita ad affezionarmi a Sherlock Holmes. Oltre ai film di Robert Downey Jr. e Jude Law che considero molto apprezzabili, probabilmente la spinta definitiva me l’ha data la serie Sherlock della BBC con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Ho comprato l’opera omnia del canone in lingua originale e periodicamente la rileggo riempiendola di appunti a matita e segnandomi i preferiti (per la cronaca: The Hound of the Baskervilles e The Yellow Face sono in cima alla lista).

Decenni fa lessi una dichiarazione di Isaac Asimov – non so se mi spiego – che parlando dei suoi racconti fantastico/criminali di Wendell Urth aveva stroncato Arthur Conan Doyle dichiarando che non seguiva le regole del mystery classico; che anziché dare al lettore tutti i dati in modo che sia possibile risolvere il mistero insieme all’investigatore, il suo Holmes tirava fuori soluzioni deus ex machina che rendevano impossibile al lettore prevedere il finale. Malgrado questo, leggendo i racconti ho trovato questo giudizio abbastanza ingiusto, perché raramente è vero, e anche in quei casi non è tanto la risoluzione del mistero che importa, quanto l’atmosfera e la personalità dei protagonisti. Ma chi sono io per criticare Asimov?

Questa passione mi ha portato a fare la traduttrice per i racconti apocrifi di Sherlock Holmes pubblicati dalla Delos (vedi link a destra), e l’anno scorso ho anche partecipato al concorso Sherlock Magazine Award. E’ stata una botta di vita in un momento contorto della mia esistenza; basti dire che l’ho spedito 4 ore prima della scadenza del concorso. Mi vanto di dire che sono arrivata sesta… credo su sei o sette! Ma non importa, mi sono divertita a scrivere il racconto e spedirlo in tempo ha fatto bene alla mia autostima. Per rendere giustizia al vincitore e conoscere i dettagli, leggete qui.

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Resoconto: RAVENNA

IMG_9848.JPGCon l’abituale prontezza vi racconto dell’evento di FEBBRAIO, l’incontro a Ravenna (ormai l’avrete capito che quando sento Ravenna dò fuori di testa) per la conferenza sulla genesi del Silmarillion. Quella povera anima del dottor Massimo Ronchini, oltre ad essere chiamato Ronchetti da me in sede di conferenza (che a parte questo è andata benissimo), mi ha fatto fare un giro turistico serale per i dintorni e i sotterranei della Biblioteca Diocesana, mi ha regalato il catalogo di una mostra sulla suddetta, mi ha portato a mangiare in posti mitici, mi ha pagato l’intero soggiorno e viaggio… insomma, non posso ringraziarlo abbastanza ma ci provo. GRAZIE MASSIMO (e Biblioteca Diocesana).

L’indomani, domenica, dopo una notte tranquilla in un albergo fantastico (Ostello Galletti Abbiosi), mi sono fatta il giro della città – non c’è molto da girare, è tutto lì ed è tantissimo! – ribeccando perfino un’amica che era stata a vedere la conferenza e che mi ha accompagnato per un tratto. Poi mi sono avventurata da sola per andare a salutare il Sire. Il Mausoleo di Teodorico è un po’ fuori mano per chi gira a piedi, ma ne vale la pena. Ormai sarà la sesta o settima volta che ci vado, e ogni volta mi ci sento a casa. E’ come se qualcuno mi mettesse un braccio sulle spalle e mi dicesse “Sono in pace, grazie per la tua devozione, MA FINISCI QUEL ç$%%£ DI ROMANZO SU DI ME O TI DESTINO ALLA DAMNATIO MEMORIAE.” E ha ragione.

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Recensione: LA FORMA DELL’ACQUA (SHAPE OF WATER) – SPOILER

Recensione cinica di un film non certo brutto, ma per cui avevo troppe aspettative date le vittorie agli Oscar. Più che difetti, mi è mancato quel qualcosa che mi capita di trovare in film minori, quel qualcosa che mi emoziona e mi spinge a difenderli malgrado evidenti carenze.

L’ho anche visto in condizioni non ideali, a casa di amici invece che nella deprivazione sensoriale selettiva di un cinema; ma questo non vuol dire, qualche anno fa ho visto nelle stesse circostanze “Dallas Buyers Club” e me ne sono innamorata. A me dispiace quando un film non mi piace! Mentre lo guardo cerco disperatamente l’emozione, il soprassalto, l’epifania, che in questo caso non ho trovato.

Ho riflettuto a lungo su cosa mi fosse mancato, perché il film aveva molto per piacermi. Mi interessa il mescolamento di generi, e ho ritrovato tracce di registi che apprezzo, come Tarantino o Lynch e il loro surrealismo comicamente brutale. E allora? Cosa è andato storto?

(SPOILER PER CHI NON L’AVESSE CAPITO DAL TITOLO.)

Verso la metà ho compreso cosa non mi piaceva. Mi è venuto da descriverlo “ET ma al posto del bambino c’è una donna e quindi scopano.” ET, per i suoi tempi, era già progressista rispetto alla diversità non accettata. Questo film affronta lo stesso tema. Come ogni buon oggetto d’arte, parla di un periodo storico lontano da noi (nel passato o nel futuro), ma in realtà descrive i nostri tempi, il che dovrebbe suscitare empatia. Ma in me non ne ha suscitata, perché tratta il tema gravissimo della discriminazione con la sottigliezza di un Caterpillar schiantato in faccia allo spettatore e poi cacciato in gola fino a polverizzarlo nel fango.

I protagonisti buoni-buoni-oh tanto buoni sono Elisa, un’italiana muta – due minoranze al prezzo di una – Zelda, la sua amica afro-americana (Octavia Spencer, una delle mie attrici preferite, qui usata troppo poco), Giles, un vecchio artista gay, Dimitri, una spia russa, e la Creatura. Sembra studiato a tavolino. Un jackpot degno di Oscar nel nostro mondo politicamente corretto e in particolare nella Hollywood liberal, il che è molto positivo ma non quando va a discapito della caratterizzazione: ciascun personaggio è definito dalla sua diversità, nient’altro, il che fa pensare a una discriminazione più profonda di quella che viene apparentemente condannata.

Ci sono poche interazioni umane interessanti, che è una delle prime cose che cerco in un film. Il rapporto platonico fra Elisa e Giles è tenero, ma viene messo da parte in favore della prevedibile storia d’amore fra Elisa e la Creatura, che non è riuscita a commuovermi. La scena in cui Elisa allaga il bagno per creare un ambiente favorevole alla Creatura (e al loro accoppiamento) è stata irreparabilmente rovinata dai miei pensieri su come io, nel 2018, non riuscirei MAI a isolare la porta del mio bagno con la stessa efficacia del 1962, in cui solo poche gocce cadono al piano di sotto invece di devastare l’intero condominio per decenni a venire… complimenti ai falegnami della guerra fredda!

Mi è piaciuta, suscitandomi un raro sentimento di identificazione a causa della mia depressione clinica, la scena in cui Giles parla alla Creatura del suo straniamento di omosessuale: “Sei sempre stato solo? Non hai mai avuto qualcuno? Sai cosa ti è successo? Io no.” (Citazione a memoria.) Però la mia emozione si ferma lì, perché… A parte il fatto che Giles guarda la Creatura da un punto di vista umano-centrico e quindi poco politicamente corretto – non chiedendosi se lui, o lei, avesse avuto 8 partner, 196 figli e 5438 discendenti prima di essere catturato/a – mi sarebbe piaciuto di più se fosse stato Giles a innamorarsi della Creatura, come mi aspettavo a un certo punto… ma ahimè, non fa cassetta essere troppo progressisti, soprattutto se si è un regista maschio: un vecchio pelato che si masturba in una vasca da bagno e sbaciucchia una Creatura androgina non è attraente quanto una bella donna quarantenne in perfetta forma.

I cattivi-cattivi-oh tanto cattivi sono stereotipi manicheisti di russi e americani della guerra fredda. Il personaggio che più mi è piaciuto nella sua complessità è Dimitri. Strickland, il supercattivo, è una macchietta, a tratti divertente ma privo di vere motivazioni; il suo desiderio di emergere e poi di salvarsi è ridotto a un digrignare di denti e a un crescente sadismo: vorrei che gli fosse stata data la stessa sfumatura grigia di Dimitri. Una mia compagna di visione ha commentato “Sì sì, gli anni ’50 erano assolutamente così”, ma, a parte che era il 1962 (l’ho capito solo dopo, leggendo i commenti), anche in quei tempi terribili c’erano persone buone che lottavano contro la segregazione dei neri e l’oggettificazione delle donne. Cosa mostrare è una scelta del regista, quindi io preferisco film come “The Help”, in cui si vedono bianchi e soprattutto neri impegnarsi per migliorare le cose, piuttosto che scegliere di descrivere acriticamente una cupezza senza speranza per dimostrare una tesi forzatamente paragonata ai nostri tempi.

A posteriori, mi è piaciuta l’introduzione con la voce di Giles che parla degli ultimi giorni di un bel principe (nel 1962 John F. Kennedy aveva solo un anno da vivere) e fa riferimento a un mostro, che capiremo solo dopo che è Strickland, non la Creatura. Ma la parte storica mi è sfuggita durante la visione del film, perché i brevi riferimenti a JFK e alla crisi dei missili cubani vanno persi per chi non sia totalmente concentrato su ogni dettaglio del film. Di nuovo, forse nel silenzio di un cinema avrei saputo coglierlo.

(PS: andate al cinema se potete, ma se non potete, non abbiate scrupolo a vedere versioni piratate. Se non vi piace non avrete sprecato i vostri soldi al cinema, che lo stato italiano sta distruggendo con prezzi vergognosamente astronomici; se vi piace vi prenderete il DVD, come ho fatto io con “Dallas Buyers Club”.)

Alla fine dei titoli di coda, che noi da bravi malati ci leggiamo fino all’ultima virgola, Del Toro ringrazia registi come Cuaròn e Inarritu (messicani come lui). Ah beh, siamo a posto, dico io. Cuaròn è quello che ha distrutto il mio apprezzamento dei film di Harry Potter, demolendo la vecchia generazione dei Malandrini e trasformando Peter (l’immenso Timothy Spall che non se lo meritava) in una macchietta, invece del tragico Gollum della saga. Inarritu (scusate, non so scrivere la tilde) ha diretto “Revenant”, in cui Di Caprio vince l’Oscar facendosi mangiare da un orso e contemplando gli alberi. Ricordo quando lo vidi: “Oh, che bella scena del cielo fra gli alberi. Oh, un’altra scena del cielo fra gli alberi. Oh, la venticinquemillesima scena del cielo fra gli alberi”. Non ne ho ricavata una grande stima dei registi messicani, che oggi sembrano incarnare il peggio che si diceva qualche anno fa dei registi francesi. Di Del Toro mi è piaciuto “Hellboy 1” per la vena di autoironia e il grandissimo Ron Perlman, ma non “Il labirinto del fauno” per la scarsa attenzione alla Storia e lo stesso manicheismo che ho ritrovato in “La forma dell’acqua”. Prima che mi si accusi di discriminazione verso i registi etnici, mi piace Almodòvar, che però è spagnolo… razzismo continentale?

Per concludere: immagini bellissime, simbologia profonda (l’acqua, ma anche i colori, lo scorrere del tempo, oggetti come l’uovo e la scarpa), ma non abbastanza umanità per coinvolgermi. E poi ammetto la mia ipocrisia: il film mi ha perso quando la Creatura ha ucciso il gatto. Torturate tutti gli umani che volete, ma lasciate stare gli animali che non capiscono cosa gli succede. E con questo credo di aver fatto ampiamente capire la mia credibilità di recensore.

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